Partenza (Terzo Capitolo)
Nonostante la guerra che lacerava il paese, un flusso costante di donne ucraine sparse in tutto il mondo tornava, spinto dall'irresistibile bisogno di riabbracciare i propri cari: mariti, figli, fratelli, sorelle, genitori. Ma, in un paradosso tipico dei conflitti prolungati, c'era anche chi andava, come Nadhan, una donna di origine marocchina che aveva l'aria di una "villeggiante". Nadhan dichiarava di recarsi lì per sostenere e contribuire all'economia ucraina. La verità, sottintesa con un certo cinismo, era probabilmente diversa: cercava solo l'adrenalina, le emozioni crude e la paura che altrove non avrebbe potuto provare.
Certo, la ricaduta economica era evidente: alberghi, ristoranti e negozi rimanevano aperti, appesi alla speranza di racimolare quel tanto che bastava per tirare avanti.
Analiù affrontò il viaggio di ritorno in pullman, poiché tutti i collegamenti aerei dall'Italia erano stati bloccati. L'arrivo era previsto per le 11:00, ma il viaggio si protrasse, accumulando un ritardo di due ore e mezzo. I parenti – fidanzati, mariti, bambini, bambine, fratelli e sorelle – tra cui i fratelli di Analiù, Igor e Sofia, attendevano con impazienza nel vasto parcheggio antistante la stazione ferroviaria. Un suono metallico di campanello, quasi un lamento meccanico che scosse dal torpore chi si era appisolato, annunciò l'arrivo del pullman proveniente dall'Italia.
L'attesa si trasformò in un ordinato assembramento. I parenti si disposero in fila, gli occhi fissi sul portellone che si apriva. Appena la figura di Analiù apparve, Igor la vide e agitò il braccio teso verso il cielo, un gesto disperato per farsi notare in quella folla di ricongiungimenti. Dopo i consueti, lunghi abbracci e i saluti carichi di emozione, e recuperati i pesanti bagagli, si diressero verso la stazione dei treni, che sorgeva alle spalle del parcheggio. Analiù si ritrovò ferma con gli altri passeggeri e i loro parenti sotto una tettoia coperta da lastre di eternit roventi che esalava calore. L'aria era pesante, intrisa di quell'odore inconfondibile di macerie e plastica bruciata, un profumo amaro che la guerra aveva lasciato in dote.
Di fronte a loro, a circa cinque metri d'altezza, era appeso in modo quasi provvisorio un grande cartellone elettronico. Segnava gli orari dei treni: quelli che partivano carichi di speranze, quelli che tornavano portando notizie, e quelli che facevano la spola tra le poche località ancora accessibili. Tutti erano lì raggruppati, in attesa del loro convoglio, in quel luogo dove si incrociavano destini: madri con bambini in fuga, anziani sfollati, famiglie che rientravano e, sempre più spesso, gli insoliti "turisti di guerra".
“Ritorno in un paese che brucia “
Poesia tratta da Poes.I.A.
di Salvatore Ambrosino
Tra questi ultimi c'era Nadhan, seduta su una panchina di legno colorata di giallo e verde. Il suo zaino era a terra, al suo fianco l'inseparabile Canon—strumento di caccia alle immagini—un adattatore universale per il cellulare, e ai piedi vecchie scarpe da ginnastica. Indossava una maglietta ingiallita con una grossa scritta "Viva la libertà", pantaloncini comodi, e aveva con sé una borraccia, un piccolo sgabello, una coperta arrotolata e un cuscino gonfiabile da viaggio. Nascosta nella tasca dello zaino, teneva una stampa cartacea di una mappa dell'Ucraina. Un'anomalia per chi usava Maps, ma Nadhan era pragmatica: sapeva che, durante gli attacchi missilistici, l'elettricità e internet potevano interrompersi.
L'unica nota amara per Nadhan era la delusione. Una signora alla fermata le aveva raccontato di aver assistito, poco prima, a un attacco missilistico intercettato: a pochi chilometri, le forze aeree ucraine avevano abbattuto dei missili, uno dei quali aveva colpito una postazione antiaerea. Peccato! Avrebbe voluto essere lì. Si era rassegnata con rammarico al fatto che, per una manciata di minuti, non aveva sentito le sirene suonare né il potente frastuono delle intercettazioni. C'è ancora gente che, come Nadhan, cerca deliberatamente le sirene che annunciano i bombardieri russi, desiderosa di assaporare l'odore acre della polvere sollevata dai colpi. La guerra, così, chiamava a sé nuove platee, diminuendo la percezione del pericolo e aumentando il desiderio di diventare spettatori in prima fila, per poter poi dire: "Io c'ero".
Il treno color mattone, con una scritta gialla fosforescente che lampeggiava, quasi ansimando, si fermò bruscamente davanti alle panchine. Il responsabile del vagone letto di terza classe, un uomo robusto e tarchiato, probabilmente di origine polacca, sui sessant'anni, iniziò a chiamare all'appello le famiglie.
L'interno era ancora vuoto. Nadhan si caricò lo zaino in spalla, si mise in coda e le fu assegnato un posto letto vicino al finestrino; al suo fianco fu posizionata Analiù. La carrozza letto di terza classe, la leggendaria platskart (la più economica, ovviamente), si rivelò subito un incubo: un ambiente poco arieggiato, con le reti dei lettini visibilmente smollate. Oltre cinquanta persone si sarebbero appollaiate su letti a castello in un unico scompartimento. Un lungo e stretto corridoio, tappezzato di una stoffa che presto si sarebbe inzuppata di sudore, divideva i posti letto: a destra, scomparti da quattro con un piccolo tavolino (spesso occupati dagli uomini); a sinistra, solo due cuccette.
Appena il treno si mosse, gli occupanti, con un gesto collettivo di preparazione alla lunga notte, si spogliarono degli abiti da giorno e indossarono tute o pigiami. L'unica preghiera muta era che nessun missile li colpisse durante il tragitto. Piccoli e anziani furono sistemati subito; gli adulti si prepararono a vegliare i loro cari per ogni evenienza. I pochi uomini organizzarono tornei di carte, bevendo vodka o cognac mescolati a zucchero e limone, per ingannare l'ansia. Le donne, in netta maggioranza e molte delle quali, come Analiù, rientravano dall'Europa dove si prendevano cura dei nostri anziani, si raccontavano storie. Lo facevano fino a tardi, con una familiarità immediata che solo l'intimità forzata della platskart poteva offrire; di certo, il modo migliore per un viaggio autentico e sufficientemente disagiato da renderlo memorabile. Mentre gli uomini giocavano, cercando di dimenticare il fuori, le donne discutevano del futuro ucraino, sgranocchiando noccioline al formaggio e semi di girasole, accompagnate da una bevanda simile a vino dolce italiano, ma analcolico, e birra leggera.
Ognuna condivideva un frammento della propria vita, ma furono le parole di Pollina, che occupava la branda sotto quella di Nadhan, a infrangere le barriere. Pollina, ucraina sposata con un russo, riversò il suo tormento:
"Ho sia mio marito con i suoi fratelli, sia i nostri due figli e i loro cugini di sangue al fronte. I nostri figli e i cugini combattono per l'Ucraina, la loro patria nativa. Gli altri combattono dal fronte opposto per lo stesso motivo, la loro terra. Il mio tormento è che sono lì, in guerra, costretti a uccidersi a vicenda in nome della libertà e dell'indipendenza. Mio marito adora i suoi figli e nipoti, così come i miei cognati. Adesso, sono lì, uno di fronte all'altro, pronti a puntarsi il fucile per difendersi e difendere la loro patria. So che non lo farebbero se si ritrovassero faccia a faccia. Perché devono morire così tanti giovani, da entrambi i lati?"
A quelle parole, Analiù e Nadhan scoppiarono in lacrime, accomunate da un dolore che trascendeva le origini.
Proprio in quell'istante, un urlo di gioia lacerò l'aria greve. Il fratello di Analiù alzò il braccio verso l'alto, tenendo in pugno il suo cellulare. Tutti si radunarono per vedere il video: un'intera colonna di tank e veicoli da combattimento russi era stata distrutta dalle forze ucraine vicino a un villaggio nella regione di Donetsk. Il filmato mostrava il momento esatto in cui i carri armati russi venivano centrati e distrutti dall'esercito di Kiev. L'attacco, ordinato da Mosca, si era trasformato in un'autentica disfatta per i russi, ma in un successo netto per gli uomini di Zelensky. Si vedevano i soldati del Cremlino scappare e sei carri armati e diversi mezzi corazzati distrutti, con la stima di molti soldati russi eliminati.
“Platskart”
Poesia tratta da Poes.I.A.
di Salvatore Ambrosino
Gli occupanti del treno erano in festa, eccetto una donna. Sembrava ubriaca e mezza addormentata. Infuriata, si alzò dal letto e si scagliò con insulti razziali contro Nadhan che, senza scomporsi, continuò a filmare. Analiù conosceva bene quella donna fin dall'infanzia. Si chiamava Sofia (omonima di sua sorella) e viveva di fronte alla nonna di Analiù. Imbarazzata, Analiù scese dalla sua cuccetta per intercedere.
Analiù fu ripresa nel video mentre cercava di calmare la sua conoscente, che era indubbiamente alterata. Le bastarono poche parole, sussurrate con urgenza:
"È una giornalista e ci sta riprendendo."
Lei rispose con un ringhio: "E chi se ne frega?"
Analiù insistette, con tono autoritario: «Non fare così, potresti essere arrestata. Smettila subito, vai a sederti o non ti parlerò mai più».
La minaccia funzionò. Analiù, mentre l'accompagnava, si ritrovò a pensare a un lontano ricordo d'infanzia legato a quella Sofia: quando, da bambine, insieme ai cugini, avevano deciso di uccidere una gallina del vicino. Un evento spaventoso. Sofia procurò il coltello, e due cugini, con fredda determinazione, decapitarono la gallina con un colpo netto. L'animale, rilasciato, corse senza testa finché non si accasciò a terra, stremato e dissanguato.
Alla fine, Sofia tornò al suo posto. Analiù tornò da Nadhan scusandosi per l'accaduto.
In quel momento, Nadhan incrociò lo sguardo di Igor, il fratello di Analiù, che si era avvicinato per controllare la situazione. Fu un attimo, ma lì scattò qualcosa. Nadhan rimase sbalordita dal colore degli occhi di Igor; un'attrazione reciproca, il desiderio di approfondire la conoscenza, sebbene fosse impossibile in quella circostanza. Igor dovette fare ritorno al gruppo degli uomini che continuavano a giocare a carte, e Nadhan tornò al suo letto, di fronte ad Analiù.
Nadhan sapeva che doveva essere paziente. Il primo passo era non mollare e, intanto, stringere amicizia con la sorella di Igor. Non fu difficile. Come se si conoscessero da sempre, rimasero a parlare tutta la notte; bastò che Nadhan le chiedesse con un sorriso complice se fosse sposata per avviare la lunga, intima conversazione. Le parole fluivano, un ponte tra due donne che si erano appena incontrate in un vagone affollato, ma che condividevano già il peso emotivo di unMentre la platskart procedeva con un moto ondulatorio stanco lungo i binari lacerati della notte ucraina, la lunga conversazione tra Analiù e Nadhan si fece più intima. Analiù parlava della sua vita in Italia come badante, un lavoro duro ma necessario per sostenere la sua famiglia rimasta in patria. Nadhan, d'altra parte, si presentava come una giornalista indipendente che "documentava la resistenza e la resilienza", evitando accuratamente di rivelare la sua vera, egoistica ricerca di adrenalina.
Nadhan era brava a nascondere il cinismo sotto uno strato di fascino e curiosità. Il suo pensiero, però, era fisso sugli occhi chiari di Igor. Nonostante la stanchezza e il disagio, trovò un modo per prolungare il contatto.
«Analiù,» sussurrò Nadhan, abbassando la voce per non disturbare gli anziani che dormivano, «tuo fratello è tornato? Non l'ho visto più da quando è tornato a giocare a carte.»
Analiù sorrise, notando subito l'interesse. «Igor? No, sono lì. Appena si fermano, bevono un altro sorso e ricominciano. Sono abituati. Domani scendiamo presto, non avrai tempo di...»
Nadhan la interruppe con un tocco sul braccio. «Capisco. Ma devo fargli una domanda cruciale per il mio articolo. Riguarda le intercettazioni missilistiche... L'ho visto mentre urlava di gioia per il video dei carri armati. Sembra un uomo... informato.»
Analiù, pur sospettando la finzione, non resistette al desiderio di aiutare un potenziale interesse amoroso di suo fratello.
«Ti accompagno,» disse Analiù, scendendo dalla cuccetta.
Attraversarono il corridoio stretto, dove l'odore di calze sudate e vodka si mescolava al fumo acido che entrava dalle finestre non perfettamente sigillate. Trovarono Igor seduto a terra, in un improvvisato tavolo da gioco con due altri uomini, circondato da cartine geografiche stropicciate.
«Igor,» lo chiamò Analiù. «La giornalista ha bisogno di farti alcune domande.»
Igor si alzò subito. Era robusto, con una barba incolta e lo sguardo severo tipico di chi ha visto troppo, ma i suoi occhi azzurri si addolcirono immediatamente quando si posarono su Nadhan. I due si allontanarono in un angolo più discreto, vicino al vano del capotreno, dove il neon illuminava i loro volti.
«Ho bisogno di sapere come voi, la gente comune, reagite alle notizie di successo, come il video di stasera. È un'iniezione di speranza o aumenta la paura di ritorsioni?» chiese Nadhan, accendendo il registratore del cellulare con un movimento impercettibile.
Igor sorrise, un sorriso amaro. «La speranza è l'unica cosa che ci rimane. Il mio amico Ivan è morto due mesi fa vicino a Bakhmut. Quando vediamo i loro carri bruciare, non pensiamo alla ritorsione. Pensiamo a Ivan vendicato. E che forse la prossima volta saremo un po' più al sicuro.»
Le parole erano semplici e dure. L'adrenalina che Nadhan cercava non era nel frastuono, ma nella cruda onestà di quegli occhi. Non era paura, ma l'autentica sopravvivenza.
«E... gli attacchi missilistici, quelli che intercettate?» chiese Nadhan, la sua voce ora genuinamente interessata. «La gente si è abituata?»
«Ci si abitua alla sirena. Non ci si abitua al rumore. Quando senti il boom e non sai se è il nostro che ha intercettato o il loro che ha colpito, quello... è un lancio di dadi tra la vita e la morte. È un momento brevissimo. Ecco perché giochiamo a carte, beviamo. Per allungare quel momento, per distrarre i pensieri.»
Nadhan spense il registratore. L'intervista era finita. Si guardarono. L'attrazione era ormai innegabile; non era solo un impulso, ma un ponte costruito sulla condivisione di un'atmosfera di pericolo.
«Grazie, Igor. È stato molto... istruttivo.»
«Grazie a te, giornalista,» rispose lui, usando un soprannome che suonava intimo. «Non sei come gli altri che ho visto qui. Sei... curiosa.»
Igor tornò ai suoi dadi e alle sue carte. Nadhan, con il cuore che batteva forte, si sedette accanto ad Analiù. Aveva ottenuto ciò che voleva: l'emozione, l'adrenalina e, in più, aveva stabilito una connessione. Il suo cinismo aveva fatto una piccola, inattesa crepa.
Il treno continuò a scuotere. Fuori, i campi neri correvano veloci. La guerra non dormiva, ma per un paio d'ore, nella terza classe del treno ucraino, anche la spL'alba entrò nella platskart come un ospite sgradito, illuminando spietatamente il sudore incrostato sulle brande e l'aria densa di respiro e stanchezza. Il rumore del treno non era più un semplice clac-clac, ma un pesante stridio metallico che annunciava un rallentamento imminente.
Nadhan si svegliò con un torcicollo atroce ma anche con un inatteso senso di realizzazione. Non aveva trovato bombe, ma aveva trovato una storia più complessa—quella della gente comune costretta alla disperazione. E aveva trovato Igor.
Mentre il treno si fermava con uno scossone, Analiù scese dalla sua cuccetta e si diede da fare per raccogliere le pesanti valigie.
«Siamo arrivati a K**», annunciò Sofia, la sorella di Analiù (che aveva atteso in un altro vagone), raggiungendo il gruppo. «La stazione è affollata come sempre, ma è un buon segno. Significa che la gente torna e non scappa.»
Igor si avvicinò a Nadhan. I minuti dell'addio erano frenetici e pubblici. L'intimità della notte era scomparsa.
«Grazie per le risposte, Igor. E buona fortuna,» disse Nadhan, tendendo la mano per stringergliela in un gesto formale.
Igor non le strinse la mano, ma le prese il polso con calore. «Non è fortuna che ci serve, è la forza per resistere. Stai attenta. E non lasciare che ti arrestino per quel video.»
Nadhan sentì un calore inatteso nel petto, che le fece desiderare di cancellare il suo cinismo e restare. «Mi farò sentire. Forse potrei inviarti il mio articolo, quando sarà pronto.» Era una promessa velata, un modo per assicurarsi un contatto futuro.
«Lo aspetterò,» rispose Igor, il suo sguardo chiaro un punto fermo nel caos dei ricongiungimenti mattutini.
Il gruppo uscì dal vagone e si riversò sulla piattaforma. La stazione di **K** ** era grande e moderna, ma portava evidenti cicatrici. Un'intera sezione della facciata era stata rattoppata con teloni di plastica spessi, e l'aria sapeva di polvere di cemento. Fuori, il parcheggio era pieno di veicoli privati, ma anche di autobus militari e ambulanze.
Il viaggio di Analiù non era ancora finito. Lei e la sua famiglia dovevano prendere un'altra coincidenza per il loro villaggio, a circa un'ora di macchina da lì.
«Dov'è il tuo hotel?» chiese Analiù, cercando di districarsi tra i venditori ambulanti di caffè e sigarette.
«Il Central Park o qualcosa del genere. È vicino alla piazza principale,» rispose Nadhan, che aveva prenotato una camera con una connessione Internet promessa come "affidabile", un lusso in quel contesto.
Un silenzio cadde improvviso sul frastuono della folla. Un uomo anziano, con un braccio al collo e una valigia di cartone stretta tra le ginocchia, era seduto su una panchina e piangeva. Nessuno lo guardava apertamente, ma tutti lo vedevano. Era un lutto silenzioso, un dolore che la guerra rendeva un fatto quotidiano e intoccabile.
Nadhan tirò fuori la sua Canon. Il suo dito esitò sul pulsante di scatto. Era qui per le emozioni crude, ma filmare un dolore così intimo le sembrò, per un attimo, predatorio. Non scattò la foto all'uomo che piangeva, ma inquadrò velocemente la toppa di plastica sulla facciata della stazione, l'emblema visibile e impersonale della ferita.
«Allora... ci risentiremo. Appena avrò sistemato le mie cose,» disse Analiù, abbracciando Nadhan. L'abbraccio era affrettato ma sincero, il legame della platskart era duraturo.
Analiù salì con i fratelli su un furgoncino scassato, salutando con la mano. Nadhan rimase sola al centro del marciapiede, il peso del suo zaino addosso, ma un peso più grande sul cuore.
Il suo obiettivo ora era doppio: trovare una storia che le desse l'adrenalina desiderata e, in qualche modo, rivedere quegli occhi azzurri. La città era davanti a lei, segnata, ma non arresa, piena di pericoli e promesse.
...e penso a te terzo capitolo testo di Ambro